sabato 19 luglio 2008
Affidamenti inhouse:paletti alla deroga
(Il Sole 24 ore)La deroga per far rientrare dalla finestra gli affidamenti inhouse nei servizi pubblici locali è saltata. L'emendamento, voluto dalla Lega e finito nei giorni scorsi nel mirino di An che ha chiesto lo stralcio della riforma del settore dal decreto sulla manovra, è stato cancellato ieri mattina dall'articolo dedicato alla liberalizzazione dei servizi locali. In linea di principio l'articolo stabilisce, a partire dal 31 dicembre 2010, l'obbligo di conferire la gestione dei servizi con «procedure competitive ad evidenza pubblica». Fino all'altro ieri, però, potevano avvalersi di una deroga, e dunque ricorrere all'affidamento diretto, società a capitale interamente pubblico oppure società miste pubblico-private, anche quotate in Borsa, partecipate dall'ente locale. In sintesi, tutte le ex municipalizzate. A far depennare questa eccezione ha contribuito ieri la relazione degli uffici tecnici della Camera che hanno sollevato dubbi sull'ammissibilità. «In base alla giurisprudenza della Corte di giustizia europea l'affidamento inhouse, per il quale è ammessa la deroga alla regola della procedura di evidenza pubblica – si legge nella relazione – è figura distinta dall'affidamento a società a capitale misto, per il quale sembra, in linea di principio, da escludere l'ammissibilità della predetta deroga. La problematicità della disposizione in esame è accresciuta dal disposto del comma 5-ter che consente alle società miste quotate in Borsa titolari di affidamenti diretti di acquisire la gestione di ulteriori servizi in ambiti diversi». Quest'ultima previsione, detto per inciso, è rimasta curiosamente in piedi nonostante che l'obbligo di gara ora sia esteso alle ex municipalizzate.Va detto comunque che una deroga generica all'affidamento in gara è comunque ancora contemplata per «situazioni che a causa di particolari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento non consentono un efficace e utile ricorso al mercato». La novità introdotta ieri è che comunque l'affidamento deve avvenire «nel rispetto dei principi della disciplina comunitaria». Proprio questa previsione fa temere a molti operatori del settore ma anche ai Comuni, che le eccezioni alla regola possano essere ritentate nella stesura dei regolamenti, visto che l'articolo prevede una delega al Governo per disciplinare la materia nel dettaglio.Anche rivista e corretta (in meglio), dunque, la riforma continua a far discutere. L'Anci, l'associazione dei Comuni, ne chiede lo stralcio. «Le ultime correzioni – recita una nota – confermano la necessità che il tema sia disciplinato da un Ddl autonomo per evitare che una correzione affrettata e pasticciata si scarichi sulla gestione dei servizi locali». Secondo Ennio Lucarelli, vicepresidente di Confindustria servizi innovativi e tecnologici, «il testo non è assolutamente sufficiente ad affrontare il fenomeno dell'inhouse nel nostre Paese, che vede protagonisti soprattutto Regioni, Province e Comuni».Nel testo, che dopo la fiducia alla Camera potrebbe ancora subire correzioni in Senato, resta anche la previsione della proprietà pubblica delle reti, principio che sta mettendo in allarme tutti gli operatori del gas, a partire da Eni fino ai nuovi entranti esteri, come la tedesca E.On. «Questa previsione implica che i Comuni debbano ricomprarsi reti che nel settore gas sono per l'80% in mano a privati – commenta Federico Testa, docente universitario e deputato Pd –. A parte le considerazioni sull'ulteriore indebitamento per gli enti locali, il punto è che nella distribuzione, gestione e proprietà devono andare di pari passo per garantire un livello efficiente di investimenti e manutenzione».