martedì 3 giugno 2008

Emilia Romagna:120 milioni per i tecnopoli

Una scommessa da 120 milioni di euro in tre anni. Li hanno chiamati tecnopoli, come in Francia e, nei piani della Regione EmiliaRomagna, costituiranno la fase due di un progetto di sostegno alla ricerca industriale che finora aveva dato vita alla rete alta tecnologia. Saranno setteotto, probabilmente uno per provincia, vere e proprie cittadelle dell’innovazione, dove si concentrerà la ricerca ad alta specializzazione. A Bologna l’automazione e i nuovi materiali, a Modena e Reggio Emilia la meccatronica, tra Bologna e Ferrara medicina rigenerativa e biotecnologie, a Parma qualità e sicurezza alimentare, a Ravenna le tecnologie nautiche e il restauro, a Forlì l’aeronautica, a Rimini l’ambiente e a Piacenza l’energia. E’ il padre della rete alta tecnologia, l’assessore alle attività produttive della regione Emilia Romagna Duccio Campagnoli, che presenterà questa evoluzione del modello emiliano di incontro tra industria e ricerca. Lo farà all’apertura di R2B con il presidente della Regione Vasco Errani, Luigi Paganetto dell’Enea, Roberto Zamboni del Cnr e il rettore dell’Alma Mater Pier Ugo Calzolari. Ma ci saranno anche i responsabili delle più significative esperienze europee del settore, come Jean Claude Prager dell’Adit (agenzia francese per l’innovazione) e Sabine Brunswicher del Fraunhofer Institut di Stoccarda. Un progetto su cui l’Emilia Romagna ha investito già cento milioni di euro (trenta della Regione, trenta dell’Università, quaranta incassati dalle ricerche commissionate dalle aziende) e che ha messo al lavoro 600 ricercatori universitari, 700 laureati assunti dalle aziende e coinvolto quasi 800 accademici. Ora però quella rete così articolata e sperimentale (sono 27 i laboratori di ricerca e 24 i centri di innovazione) si riorganizza. Prendendo a modello i tecnopoli francesi, centri specializzati coordineranno l’attività dei laboratori di ricerca nei diversi territori. I fondi ci sono, messi a disposizione dall’Unione europea, 120 milioni di euro con i quali creare le cittadelle e pagare i ricercatori per tre anni. «Progressivamente, però — spiega Campagnoli — i poli dovranno accrescere le loro entrate dirette: per il 2009 l’obiettivo è il 30%». In sostanza nell’arco di trecinque anni i centri di ricerca dovranno diventare autonomi, capaci di autofinanziarsi. «Noi abbiamo dato l’impulso, prima con la rete alta tecnologia e ora con i tecnopoli perché serviva organizzare una specifica struttura dedicata alla ricerca industriale». In passato, infatti, i tentativi di far incontrare industria e università si erano rivelati velleitari e fallimentari. Ora i brevetti nati dall’incontro di produzione e ricerca aumentano, così come cresce l’investimento in ricerca e sviluppo. Per Campagnoli sono «indici di salute di un’economia che si riorganizza per affrontare le sfide della globalizzazione: le esportazioni delle aziende emilianoromagnole sono in forte in espansione, quelle della meccanica di qualità vendono nel mondo il 7080% dei loro prodotti ad alta tecnologia incorporata e le industrie a basso profilo tecnologico oggi sono ormai il 2526%, mentre dieci anni fa rappresentavano il 50% del totale».